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Eravamo tanti, davvero
tanti, noi bambini. Talmente numerosi che la scuola non riusciva a
contenerci. E dunque facevamo i turni. Un mese andavamo a scuola
al mattino, un mese al pomeriggio. L'edificio era un prefabbricato
nella periferia operaia della città. La maestra Carlucci ci voleva
bene. A lei non piaceva la grammatica e così ci insegnò lo stretto
indispensabile, ma sul resto delle materie non transigeva. Ci
mancò molto quando in quarta elementare si ammalò. Mancava
soprattutto a Mauro, il più grosso di noi, che un giorno,
esasperato, picchiò la supplente. Roba che oggi riempirebbe i
giornali. Allora no. Ci fu solo un po' di trambusto e la faccenda
finì con una punizione. Dopo qualche tempo tornò la Carlucci e
tutto riprese normalmente.
Di cambiamenti, da quel tempo, ce ne sono stati molti. Oggi ci
troviamo di nuovo alle prese con quella che sembra una
rivoluzione. Una riforma che ci interroga come genitori, come
educatori e come imprenditori sociali. Che cosa sarà della scuola?
Qual è la direzione da prendere e come dobbiamo porci di fronte
alle proposte che emergono dal dibattito pubblico? Sui giornali e
sugli altri mezzi d'informazione abbiamo trovato poche riflessioni
e risposte. Molti invece sono gli slogan che prefigurano un futuro
idilliaco oppure infernale, ma raramente tentano di illustrarne i
perché.
Ci siamo chiesti come
potevamo dare un contributo al chiarimento; e così abbiamo deciso
per un numero di inK su questo tema.
Abbiamo visto con sofferenza sui giornali e sui volantini dei
sindacati agitarsi lo spauracchio dell'arrivo della cooperazione
negli istituti scolastici. Abbiamo sentito commenti poco
lusinghieri, mentre aspettavamo i nostri figli fuori dalla scuola.
Frasi del tipo: “Lo so che tu ci lavori, però dicono che
metteranno il personale mal pagato delle cooperative”.
Viene da sorridere al
pensiero che coloro che protestano per un eventuale nostro arrivo
- motivando la scarsa fiducia con la bassa retribuzione dei
cooperatori - sono gli stessi che spesso affermano che gli
insegnanti sono mal pagati. Per analogia, dunque, dovremmo
sostenere che valgono poco?
Assumere una posizione in questo bailamme non è facile. Allora...
Proviamo a presentare le posizioni di chi è pro e di chi è contro,
mettendo al fianco slogan e dichiarazioni, stralci di interventi e
risposte, articoli di giornale e citazioni dai blog, in un
tentativo di descrivere le forme e i contenuti della discussione
in atto.
Proviamo a raccontare
parte di ciò che già facciamo. Le scuole oggi ci chiamano perché
non sanno affrontare le sfide dell'integrazione,
dell'intercultura, dell'educazione multiculturale. Questi impegni
non hanno niente a che fare con l'apprendimento e con
l'insegnamento? Noi pensiamo di sì. Negli anni abbiamo dimostrato
di saperci fare; e non solo con i bambini “difficili”, ma anche
con i cosiddetti “normali”. E dunque dov'è lo scandalo che
preannuncia un nostro possibile arrivo?
Proviamo a spiegare perché possiamo avere un ruolo nella scuola
del futuro. L'abbiamo chiesto a Paola De Cesari, presidente del
Consorzio Luoghi per Crescere, che ha risposto con una riflessione
secondo noi preziosa.
Prima di lasciarvi
alla lettura sottolineiamo soltanto che su questi temi quello che
è in gioco non è il consenso per l'una o per l'altra parte
politica, per il bianco o per il nero, per il buono o per il
cattivo.
In gioco c'è il futuro dei nostri bambini e delle nostre comunità. |